Parola all’emozione

Parola all'emozione

Non credo vi sia una differenza essenziale fra la rappresentazione teatrale e quella cinematografica.

Credo piuttosto che molta parte del teatro abbia assolto nel tempo il compito narrativo ed estetico – se in estetica si può parlare di compiti – che successivamente è stato affidato alla cinepresa. È ovviamente nel periodo di accavallamento fra teatro e cinema che nasce la discussione sulla differenza fra le due arti, ed è soprattutto il teatro a promuovere la denuncia della propria diversità per non sentirsi superato da una forma rappresentativa che dispone di maggiori possibilità tecniche. Una delle più popolari caratteristiche di presunta differenza tra palco e schermo è precisamente l’assenza di quest’ultimo elemento, che renderebbe l’esperienza teatrale più “diretta”. La cosiddetta quarta parete, il soglio immaginario che divide gli attori dal pubblico, si può forzare facilmente. È un rischio registico che tuttavia, se utilizzato con sapienza, porta il coinvolgimento dello spettatore a uno stadio superiore. Ebbene, ancorché la quarta parete sia eludibile e per quanto l’esperienza del pubblico teatrale sia fisicamente vicina alla propria fonte di emozioni, continuo a credere che teatro e cinema siano intimamente affratellati più di quanto si lasci intendere. Il nodo che li lega è lo spettatore. Lo spettatore è il primo attore. La consapevolezza di stare per assistere a una rappresentazione è una maschera. Ci sediamo sulla poltrona, sia essa la poltrona di un cinema o quella di un teatro, e in quel preciso istante indossiamo la maschera dello spettatore, che è allo stesso tempo canale e barriera, universale e personale. Ci proiettiamo verso il coinvolgimento prim’ancora ch’esso abbia luogo. Ci apriamo inconsciamente all’emozione. Ed è esattamente l’emozione il punto focale di queste righe, che mi sono permesso d’introdurre con un più generico esame. L’emozione in tutta la sua estensione tonale: dal piacere viscerale della risata a quello più intellettuale della scoperta di una verità filosofica; dalla catarsi dell’orrore alla soddisfazione dell’identificazione. Nel caso di rappresentazioni che, come quelli di “Corti da legare”, hanno un connotato divulgativo, l’emozione svolge un ruolo fondamentale nella veicolazione del messaggio. Attenzione: la privatezza delle sensazioni resta tale. Io conosco la sensazione del tuo mal di stomaco perché me lo esprimi attraverso indicazioni verbali e non verbali che appartengono al mio stesso registro e soprattutto perché anche io ho sofferto di mal di stomaco. Ma se non hai mai sofferto di attacchi di panico, come posso spiegarti cos’è un attacco di panico? Posso utilizzare qualunque metafora di morte imminente: quella terribile sensazione ti resterà segreta. Questo limite, ahimè, non è superabile nemmeno dalla migliore delle rappresentazioni. Ma non per questo il messaggio veicolato dall’attore – che finge di avere un attacco di panico, o quantomeno tutti ci auguriamo che finga – non per questo il messaggio è meno potente. La sensibilazzione ai disturbi psichici non può e non deve essere una trasfusione telepatica del disagio. La maggiore forza della rappresentazione rispetto a una disamina risiede nella potenza dell’emozione che lo spettatore prova più o meno intensamente quando riconosce nella narrazione dei tratti esistenziali a lui estranei ma ugualmente importanti. Quel lato a lui sconosciuto della natura umana emerge sotto le luci della scena. Può essere una scena realistica o simbolica, passionale o intellettuale: può colpire la testa, lo stomaco o entrambi. Ma colpisce. La rappresentazione intrattiene un rapporto priviligiato con il pubblico destinato alla sensibilizzazione in quanto tale pubblico recita inconsciamente la parte dello spettatore: ne indossa la maschera e attraverso questo filtro si apre alla ricezione del messaggio. Il messaggio passa per il tramite dell’emozione e colpisce.

Ma qual è il messaggio di “Corti da legare”? Questo: “Esiste un lato dell’animo umano, quello del disturbo psichico, che non è oscuro né pericoloso. Esso appartiene alla vita di tutti i giorni e, come ogni altro malessere, necessita di aiuto. C’è il fondamentale lavoro dei professionisti del settore e c’è quello, altrettanto fondamentale, dei propri cari. Ma quello che ancora manca è l’apporto della società. Quest’ultima percepisce ancora il disturbo psichico come un pericolo: qualcosa da recintare in un luogo al di fuori della vita civile. Di qui la necessità della sensibilizzazione; di qui la volontà di scardinare questo pregiudizio e la scelta di utilizzare il mezzo più potente: l’emozione”.

C.R.P

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Claudio Romano Politi

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